Quando "non mollare mai" diventa il problema
Nello sport celebriamo chi resiste e stringe i denti. Ma la forza mentale non consiste nel sopportare qualsiasi cosa: significa restare abbastanza lucidi da capire quando perseverare, quando cambiare strategia e quando fermarsi.
Ilaria Dammicco
Pubblicato il 26 Settembre 2026 · 10 min di lettura
La scena è difficile da raccontare senza rischiare di trasformarla in uno spettacolo.
Durante una competizione HYROX a Pechino, la campionessa australiana Joanna Wietrzyk ha avuto un evidente problema intestinale nel corso della gara. Ha continuato, ha completato tutte le prove ed è arrivata al traguardo vincendo.
Nei giorni successivi, però, l'episodio ha sollevato molte critiche, soprattutto per le conseguenze igieniche sugli spazi e sulle attrezzature condivise con gli altri partecipanti. HYROX ha riconosciuto di non essere intervenuta tempestivamente e ha annunciato nuove regole e procedure. L'atleta si è poi scusata e ha rinunciato retroattivamente alla vittoria.
Il punto non è giudicare lei
Il punto non è stabilire che cosa avrebbe dovuto fare lei. Da un video non possiamo conoscere le sue condizioni, le valutazioni compiute in quel momento o le ragioni della sua decisione. Trasformare un singolo episodio in una diagnosi psicologica sarebbe superficiale.
La domanda più interessante riguarda noi:
"Perché siamo così affascinati da chi continua a qualunque costo?"
Il fascino del "non mollare mai"
Nello sport amiamo le storie semplici.
L'atleta sente dolore, ma continua. È stanco, ma accelera. Cade, si rialza e torna in campo. Il corpo chiede una pausa, ma la mente gli ordina di andare avanti.
Sono storie potenti perché sembrano contenere una formula universale:
"Se vuoi davvero qualcosa, devi resistere."
In questa narrazione fermarsi equivale ad arrendersi. Rallentare diventa un segnale di debolezza. Chiedere aiuto rischia di sembrare una mancanza di carattere.
E così la capacità di sopportare diventa una misura del valore della persona.
Ma perseverare non è sempre la scelta più coraggiosa. E soprattutto non è sempre quella più funzionale.
Perseveranza: ci mantiene orientati verso un obiettivo nonostante fatica, errore e frustrazione. È una risorsa.
Rigidità: continuiamo a ripetere la stessa risposta anche se il contesto è cambiato, i costi aumentano o quell'azione non ci avvicina più all'obiettivo.
La forza mentale non è diventare sordi
Spesso immaginiamo la forza mentale come la capacità di non sentire.
"Non sentire il dolore."
"Non sentire la paura."
"Non sentire la fatica. Non ascoltare il dubbio."
Eppure un atleta efficace non è quello che non riceve questi segnali. È quello che riesce a interpretarli e a decidere che cosa farne.
Il pacing come autoregolazione
Nelle discipline di endurance, per esempio, il pacing non consiste semplicemente nel resistere il più a lungo possibile. È un processo continuo di autoregolazione: l'atleta distribuisce le energie, valuta la fatica, interpreta ciò che accade nel corpo e modifica il ritmo in funzione della distanza, dell'ambiente, degli avversari e dell'obiettivo.
La ricerca considera proprio l'autoregolazione e le funzioni esecutive elementi importanti nelle decisioni su come e quando investire le proprie energie durante una prestazione.
Il corpo non è soltanto qualcosa da dominare. È anche una fonte di informazioni.
Ascoltarlo non significa obbedire a ogni sensazione di disagio. Se un atleta si fermasse al primo segnale di fatica, probabilmente non potrebbe allenarsi né gareggiare ad alto livello.
Significa, invece, imparare a distinguere:
- la fatica prevista da un segnale anomalo;
- il disagio tollerabile da un rischio;
- la paura che possiamo attraversare da un limite che richiede attenzione;
- la scelta di continuare dal bisogno di dimostrare di non essere deboli.
La vera competenza non è ignorare i segnali, ma attribuire loro il significato corretto.
Quando il sacrificio diventa identità
Esiste anche una dimensione culturale.
Alcune ricerche parlano di overconformity to the sport ethic, cioè di un'adesione eccessivamente rigida ai valori tradizionalmente celebrati nello sport: sacrificarsi, mettere la prestazione davanti a tutto, accettare i rischi, giocare nonostante il dolore e superare continuamente i propri limiti.
Appartenenza e valore nel gruppo
In uno studio qualitativo condotto con wrestler universitari, gli atleti descrivevano questi comportamenti anche come un modo per dimostrare la propria appartenenza e il proprio valore nel gruppo.
Questo significa che alcune decisioni non dipendono soltanto dalla volontà individuale. Dipendono anche da ciò che viene premiato dall'ambiente.
Se continui e vieni celebrato come un guerriero, mentre ti fermi e vieni considerato fragile, la decisione non è più completamente libera.
Allenatori, staff, organizzazioni e pubblico contribuiscono a definire che cosa significhi essere un "vero atleta". E possono creare un contesto nel quale la sofferenza non è più soltanto una parte inevitabile della prestazione, ma diventa qualcosa da mostrare per meritare rispetto.
Essere flessibili non significa essere fragili
Anche la ricerca sugli obiettivi mette in discussione il mito della perseveranza assoluta.
Una meta-analisi pubblicata nel 2026, basata su 235 studi, ha esaminato il modo in cui le persone modificano i propri obiettivi quando incontrano difficoltà. La letteratura distingue tra abbandonare un obiettivo divenuto irrealistico, impegnarsi in un'alternativa e cambiare il modo in cui si cerca di raggiungerlo.
Adattare non è arrendersi
Le evidenze disponibili non permettono di ridurre tutto a una formula semplice e gli stessi autori ne sottolineano alcuni limiti. Ma mostrano un principio importante: adattare l'obiettivo o la strategia può rappresentare un processo di autoregolazione, non necessariamente una resa.
A volte non dobbiamo rinunciare alla meta. Dobbiamo rinunciare all'idea che esista un solo modo valido per raggiungerla.
La flessibilità psicologica permette di restare fedeli alla direzione senza diventare prigionieri del percorso.
E se trattarsi con rispetto ci rendesse più forti?
C'è un altro elemento che nello sport viene spesso guardato con sospetto: la self-compassion, cioè la capacità di riconoscere una difficoltà e rivolgersi a sé stessi senza umiliarsi o giudicarsi in modo distruttivo.
Viene confusa con l'indulgenza.
"Se sono comprensivo con me stesso, mi accontenterò."
"Se mi concedo di fermarmi, inizierò a trovare scuse."
"Se non mi tratto duramente, perderò la fame."
Self-compassion e forza mentale
Una ricerca recentissima ha analizzato il rapporto tra self-compassion e mental toughness in tre diversi campioni: atleti universitari, calciatori semiprofessionisti e giocatori di club seguiti nel tempo.
La self-compassion è risultata associata a una maggiore forza mentale, sia nelle valutazioni degli atleti sia, in uno degli studi, in quelle degli allenatori. Non significa che basti essere gentili con sé stessi per diventare più forti, né che l'associazione dimostri automaticamente un rapporto di causa-effetto.
Mostra però che self-compassion e mental toughness non sono necessariamente opposte.
Possiamo prenderci sul serio senza maltrattarci.
Possiamo riconoscere un limite senza identificarci con quel limite.
Possiamo cambiare decisione senza trasformarla in una sentenza sul nostro valore.
La domanda non è soltanto: "Quanto riesco a resistere?"
Quando siamo dentro una prestazione, fermarsi a riflettere può essere difficile. La fatica riduce la lucidità, il risultato è vicino e la pressione dell'ambiente rende alcune alternative quasi invisibili.
Per questo può essere utile allenare alcune domande prima di averne bisogno:
Sto continuando perché questa scelta è ancora funzionale oppure perché non sopporto l'idea di sembrare uno che si arrende?
Quali conseguenze sta avendo questa decisione su di me e sulle altre persone?
Se vedessi un mio compagno nella stessa situazione, gli chiederei davvero di continuare?
Posso modificare la strategia senza abbandonare l'obiettivo?
Non esiste una risposta valida per ogni situazione.
A volte la scelta migliore sarà stringere i denti e andare avanti. Altre volte sarà rallentare, chiedere aiuto, cambiare piano o fermarsi.
La forza mentale non consiste nello scegliere sempre la prima opzione. Consiste nel non perdere la capacità di scegliere.
Anche fuori dallo sport
La cultura del "non mollare mai" non appartiene soltanto agli atleti.
Lavoro
Il lavoratore che continua nonostante sia completamente esaurito perché chiedere una pausa gli sembra poco professionale.
Studio
Lo studente che trascorre tutta la notte sui libri anche quando non riesce più a elaborare ciò che legge.
Professione
Il professionista che non delega, non chiede aiuto e interpreta ogni difficoltà come una prova personale da superare da solo.
In tutti questi casi la resistenza può sembrare dedizione. Ma continuare a investire energie in una strategia che non funziona non rende necessariamente più vicini al risultato.
A volte ci rende soltanto più stanchi.
La forma più difficile di forza
Abbiamo bisogno di atleti capaci di tollerare la fatica, affrontare l'incertezza e non abbandonare un obiettivo al primo ostacolo.
Ma abbiamo anche bisogno di persone capaci di ascoltarsi, valutare le conseguenze e cambiare risposta quando quella scelta non è più funzionale.
Perché non tutto ciò che possiamo sopportare deve necessariamente essere sopportato.
E non tutto ciò che interrompiamo rappresenta una sconfitta.
Qualche volta la prestazione più lucida è continuare quando una parte di noi vorrebbe scappare.
Altre volte è fermarsi quando tutto intorno ci chiede di dimostrare quanto siamo forti.
La vera forza mentale non consiste nel dare sempre la stessa risposta. Consiste nel rimanere abbastanza presenti da capire quale risposta richiede quel momento.
Riferimenti e approfondimenti
Coker-Cranney, A., Watson, J. C., Bernstein, M., Voelker, D. K., & Coakley, J. (2018). How far is too far? Understanding identity and overconformity in collegiate wrestlers. Qualitative Research in Sport, Exercise and Health, 10(1), 92-116.
Hyland-Monks, R., Cronin, L., McNaughton, L., & Marchant, D. (2018). The role of executive function in the self-regulation of endurance performance: A critical review. Progress in Brain Research, 240, 353-370.
Riddell, H., et al. (2026). A meta-analytic review and conceptual model of the antecedents and outcomes of goal adjustment in response to striving difficulties. Nature Human Behaviour, 10(2), 317-332.
Zhang, S., Pan, Z., Harris, M., Gibson, L., & McEwan, K. (2026). Is self-compassion good for mental toughness? Insights of cross-sectional and longitudinal evidence from diverse British athletes and competitive club players. Psychology of Sport and Exercise, 88, 103256.
Iscriviti alla newsletter
per non perdere i prossimi contenuti.
Ci vediamo sabato prossimo 🦋
La teoria è utile.
La pratica cambia tutto.
Ogni articolo nasce dall'esperienza sul campo. Se un tema ti riguarda, il passo successivo è trasformarlo in un percorso concreto.